|
Su Europa e Stati Uniti Gret Haller ha scritto un libro denso
e avvincente, che si misura con le sfide storiche maturate negli
ultimi quindici anni collocandole sullo sfondo di una prospettiva
storica di lungo periodo. Si avvertono le tracce di un'esperienza
ricca e composita: da un lato gli studi di diritto e di storia
delle idee, dall'altro gli importanti incarichi politici e diplomatici
che l' autrice ha ricoperto. Gret Haller è stata Presidente
del Parlamento svizzero, poi rappresentante svizzero presso il
Consiglio d'Europa, e più recentemente, negli anni dal
1996 al 2000, mediatrice per i diritti umani in Bosnia- Erzegovina.
Nel volume, comparso ora in traduzione italiana (ed. originale,
Berlin Aufbau-Verlag GmbH, 2002), non c'è l'ostilità
antiamericana che affiora negli scritti dei nostalgici del socialismo
reale o nei nemici della modernizzazione. Non per questo l'affermazione
della diversità dei due Occidenti argomentata
in chiave non tanto economica, ma prevalentemente giuridica ed
etico-politica - cessa di rappresentare una tesi ben forte e
netta, ed anzi sottilmente provocatoria.
Stati Uniti ed Europa non sono diventati diversi da oggi, dalla
strage delle Twin Towers, o dalla seconda guerra in Iraq. Sono
diversi da sempre: la diversità è rimasta sopita
ed occultata negli anni della Guerra fredda per la necessità
di enfatizzare gli aspetti comuni, ma è riemersa con forza
dopo l'implosione dell'Urss. E' una diversità che affonda
le radici nella differente risposta ai conflitti di religione
iniziati nella prima età moderna: nel 1648, l'anno della
pace di Westfalia, "in Europa si affermò lo stato,
oltre Atlantico, la religione". Sia pure attraverso eventi
che in parte concludevano, in parte avviavano un lungo processo
storico "in Europa il sistema giuridico doveva affrancarsi
da presupposti religiosi e culturali e la religione doveva spostarsi
dall'ambito pubblico alla coscienza personale di ciascuno"(p.
27). A ben riflettere su queste tesi di Gret Haller si potrebbe
dire con altro linguaggio e terminologia che non appartiene alla
tradizione politica americana quel passaggio decisivo della storia
delle idee in Europa efficacemente riassunto da Anna Maria Battista
nell' espressione "assolutismo laico": una visione
che, mentre afferma con forza il potere statale in quanto garante
dell'ordine, al tempo stesso lo spoglia di ogni giustificazione
metafisico-religiosa. Giustificazioni di tale natura tradizionali
nelle monarchie gratia Dei - si erano infatti rivelate
del tutto inaffidabili e anzi cause di conflitti insanabili,
perché esposte alla pluralità e alla variabilità
delle fedi, all'incertezza dell'opinione soggettiva. Rispetto
a ciò gli emigrati in America avevano preoccupazione opposta:
impedire che lo stato minacciasse la religione. Con il tempo,
in tutti e due i casi negli Stati Uniti e in Europa - si
vennero realizzando forme di separazione tra chiesa e stato,
ma con spirito ed obiettivi diversi: in Europa per impedire
l'ingerenza della chiesa nello stato (che si fa garante dell'ordine
contro la minaccia delle guerre di religione), negli USA per
assicurare la piena libertà dallo stato delle confessioni
e delle sette religiose.
Le rivoluzioni settecentesche non prescindono da queste origini.
La fondazione della nazione statunitense che segue alla guerra
d'Indipendenza è "in ultima analisi di tipo religioso:
da un lato esiste.. una tolleranza religiosa quasi illimitata...dall'altro
lato però il riconoscersi in una (qualsiasi) religione
è... per così dire una premessa per l'integrazione
nel popolo americano" (p.35). Sul continente europeo lo
stato nazionale moderno si costituisce invece polemicamente rispetto
alle religioni esistenti, anche se nel far ciò è
d'altro canto costretto a ricercare altre strade per favorire
l'integrazione. E infatti, già con la Rivoluzione francese
si assiste alla stipula di "un patto reciproco fra due parti
che storicamente hanno radici del tutto diverse. Da un lato la
repubblica, dall'altro la nazione" (p.113), da un lato l'individuo
dell'illuminismo, spogliato dell'appartenenza ai "corpi",
dall'altro l'identità culturale come forza di coesione
comunitaria.
Secondo Gret Haller, le conseguenze che ne derivano sono di importanza
decisiva: "...la rivoluzione americana non ha portato alla
fondazione di uno stato bensì alla fondazione di una nazione".
Negli USA la forma statale propria del continente europeo non
si è mai stabilita in senso pieno: gli statunitensi "non
conoscono un'identità politico-statale, ma solo un'identità
nazionale": e proprio, "per mancanza di un'identità
politico statale negli Stati Uniti esiste la necessità
di riconoscersi in comunità volontarie". In
sintesi: mentre "l'Europa per rispondere all'individualizzazione
insita nei processi di modernizzazione ha scelto per l'integrazione
la forma statale, gli Stati Uniti hanno scelto invece la comunità".
Tutti e due i modelli sono liberali, hanno a cuore la
libertà, ma la realizzano in forme diverse. L'individuo
statunitense, rispetto all'europeo, gode senz'altro di maggiore
libertà dallo stato, ma fruisce d'altronde di minore libertà
rispetto alle comunità. Le posizioni sono invertite per
un cittadino dell'Europa occidentale. Quel che fa la differenza
non è la quantità totale di libertà e di
vincoli dell'uno e dell'altro, ma è la diversa distribuzione
della natura dei vincoli e delle libertà. L'individualismo
americano è così radicale (se si considera rispetto
allo stato) che, per compensazione, costringe, a livello sociale,
ad una dedizione di tipo comunitario senza la quale si patisce
l'esclusione. I canali attraverso cui identificarsi sono plurimi,
ma qualcuno di questi deve essere attivato e vissuto con fede
quasi incondizionata, sia che si tratti di una chiesa, di un'associazione,
di un gruppo etnico. Lo stesso individualismo che rifiuta lo
stato (o che lo relega a funzioni minime), cercando però
integrazione nelle comunità dei gruppi e delle associazioni,
è anche all'origine di una diversa tradizione giuridica:
mentre il diritto europeo è incentrato sulla nozione di
legge e persegue attraverso questa un ordine di pace, il diritto
statunitense si costruisce a partire dalle rivendicazioni di
minoranze, individui e gruppi, ed è in prevalenza costruito
a partire da una cultura del contenzioso (p.59). Da ciò
deriva altresì che "negli Stati Uniti la morale prende
la strada diretta dell'applicazione del diritto nei tribunali,
mentre in Europa essa confluisce innanzitutto e soprattutto nella
legislazione" (p. 63).
Questo ritratto della civic culture americana in termini
che ne accentuano la dimensione comunitaria, vissuta attraverso
forme d'integrazione non statali (che però convergono
a sostegno di una forte identità nazionale con chiari
accenti religiosi), costituisce un aspetto assai delicato. La
forma stato in Europa tante volte ha chiamato a suo sostegno
la comunità, e anzi talvolta ne è stata inghiottita.
Come ha ammesso la Haller medesima, anche in Europa, già
a partire dalla Rivoluzione francese, ci si avviò ad attingere,
e in forma potente, alla dimensione comunitaria, coniugando il
piano delle istituzioni (la "repubblica") con la nazione
culturale, che intervenne così a sostenere lo stato con
una forte componente identitaria. E certamente l'Europa ha sviluppato
forme di delirio comunitario apportatrici di tremendi lutti e
distruzioni. La forma statale concepita in origine dall'illuminismo
in quanto repubblica ha cavalcato il senso d'identità
della nazione culturale fino alle "forme estreme e parossistiche
dei nazionalismi del novecento" (p.116). Ciò è
tanto vero che coma nota la stessa Gert Haller " il nazionalismo
in Europa, a suo tempo, ha preso il posto delle religione"(p.106).
D'altra parte, non è questione di mostrare che la nostra
storia europea - "così gravida di colpe"- è
più pura e più nobile. È questione di prendere
atto che è diversa: "L'Europa ha le possibilità
migliori se dice chiaramente che cosa pensa di fare e su quali
principi si poggia...Soprattutto non ha alcun senso far nascere
una questione morale dalla contrapposizione delle due idee. Al
di là e al di qua dell'Atlantico esiste una diversa storia
delle idee, per entrambe, vecchia di secoli. Le due concezioni
si scontrano oggi più frequentemente e intensamente solo
perché il mondo è diventato tanto più piccolo"
(p.154). Non è neppure soltanto questione di voler preservare
una diversità europea come valore in sé. Il fatto
è che la differente struttura delle forme europee della
socialità non consente l'importazione del modello statunitense,
se non al prezzo di conseguenze autodistruttive: l'Europa non
può rinunciare all'identità politico statale perché
nel nostro continente "la struttura che garantisce la coesione
sociale è di tipo statale". Se si abbandona o si
indebolisce troppo la forma statale, in Europa non prende corpo
qualcosa di analogo agli Stati Uniti, ma ci si avvia verso una
regressione. L'individuo, "liberato dalla forma statale,
cerca un vincolo...[e, nel caso degli Europei,] il posto della
forma statale potrebbe essere preso non solo dalla religione,
ma anche dal nazionalismo"(p. 147). In Europa la pace sociale
(tra gli individui) e quella politica (tra gli stati) sono il
risultato di forme di rinuncia alla sovranità: prima da
parte dell'individuo a favore dello stato, poi da parte degli
stati a favore di una configurazione più comprensiva che
è diventata l'Unione Europea. Al contrario , nella tradizione
politica americana l'idea della rinuncia alla sovranità
(sia individuale, sia nazionale) ha un significato esclusivamente
negativo. Se trasferita in Europa"la crescente obiezione
alla rinuncia alla sovranità obiezione che è
intrinseca secondo Gret Haller al modello statunitense, sia con
riguardo alla politica interna sia con riguardo alla politica
estera - equivarrebbe con il tempo a un rifiuto sempre più
ideologicamente motivato della forma statale, indirettamente
tuttavia anche a un crescente rifiuto del processo d'integrazione
europeo, in quanto la rinuncia alla sovranità individuale
è inscindibilmente legata alla rinuncia alla sovranità
statale che costituisce la base di questo processo di integrazione.
In altre parole: nella misura in cui avviene un'americanizzazione
dell'Europa e nella misura in cui questa confluisce in una ideologia
della destatalizzazione, nel lungo termine essa toccherà
non solo la concezione europea della libertà, ma anche
l'ordine di pace europeo" (p.146). E il rischio risulta
tanto più alto se si pensa ai paesi dell'Europa orientale
di recente integrati nell'Unione: in questo caso la diffidenza
verso la forma statale è in effetti assai forte perché
si confonde con l'ostilità all'ancora recente passato
comunista, mentre la fedeltà alla nazione è tuttora
vissuta come un forte valore politico, in quanto ha costituito
una barriera e un veicolo di mobilitazione in opposizione all'impero
sovietico.
Quel che è concretamente possibile per gli Europei è
continuare sulla strada iniziata dall'Europa occidentale dopo
il '45, procedendo in forma via via sempre più decisa
verso la secolarizzazione della nazione, vale a dire attuando
la progressiva separazione tra identità politico statale
e identità culturale.
Da un lato da parte dei vecchi stati nazionali crescono le deleghe
all'Unione Europea, dall'altro alcuni poteri vengono ceduti a
sottostrutture statali, mentre l'identità nazionale torna
ad essere un aspetto che ha sempre più funzione prevalentemente
culturale, e che deve lasciarsi alle spalle la pretesa
di per sé senza uscite e per questo apportatrice di conflitti
insolubili di portare a coincidenza la forma politico statale
e la comunità culturale: "...l'organizzazione di
uno stato europeo in sottostati o unità ancora più
piccole non poggia sull'idea del gruppo o della comunità
che qui abbiamo definito romantica in senso esclusivo, ma ...poggia
sull'individuo in quanto esponente del popolo sovrano, individuo
che dispone di un'idea statale multipla distribuita verticalmente:
pertanto questo modello può promuovere decisamente la
separazione dell'identità politico statale da quella culturale
nell'Europa Occidentale"( p.174).
Anche in vista delle sfide che si prospettano a livello internazionale
la radicale secolarizzazione della politica propria del modello
europeo rappresenta, secondo Gret Haller, la mentalità
più congeniale alla risoluzione di problemi che si presentano
sulla scena con una forte carica ideologica. Infine la forma
statale europea intesa come elemento terzo e non orizzontale
rispetto agli individui è anche la più adatta a
porre premesse di democrazia fuori d'Europa: il modello dei gruppi
e delle minoranze in competizione può funzionare in una
società che si è formata attraverso l'immigrazione,
e in relazione a ciò ha trovato una sua forma specifica
di inclusività. Rischia invece di perpetuare e persino
di restaurare le "gabbie etniche" laddove le diversità
sono radicate in un passato più o meno remoto e contengono
al loro interno la memoria, mitica e/o realistica, di conflitti
antichi e recenti.
Come ho detto all'inizio non siamo di fronte ad un pamphlet,
ma ad un libro pensato. Si potrebbero anche considerare esagerate
le tinte con cui vengono marcate le distanze tra Europa ed USA.
Si potrebbe anche obiettare che l'autrice liquidi un po' troppo
sbrigativamente l'ipotesi secondo cui buona parte delle differenze
tra i "due Occidenti" sia da ricondurre non a dimensioni
culturali e istituzionali, ma alle diverse posizioni di potere
occupate rispettivamente dagli Usa e dall' Europa. Però
difficilmente si possono saltare a pie' pari le considerazioni
che convergono nella tesi di fondo: sul continente europeo la
forma statale deve conservare forte consistenza, anche se per
farlo non può che trasfigurarsi, procedendo verso la secolarizzazione
della nazione fino a realizzare un'identità statale multipla
distribuita verticalmente.
Proprio per la nitidezza e la chiarezza con cui si snoda l'analisi
della Haller ci si sente sollecitati a porre interrogativi ulteriori
sulle implicazioni e sugli aspetti problematici che sono interni
alle sfide storiche affrontate nel libro.
Risulta chiaro che, se la diversità dei "due Occidenti"
è identificata in due differenti "storie delle idee",
il terreno di confronto che mette oggi a dura prova la relazione
transatlantica è la politica estera. E a tal proposito
non so se risulti del tutto plausibile la divisione del lavoro
secondo i due "scenari separati" descritti dalla Haller:
uno militare "dove recitano solo gli Americani sulla base
del principio del diritto della forza", l'altro politico
dove recitano gli Europei, sulla base del principio della "forza
del diritto", promuovendo trattati, cooperazione, vincoli
sempre più controllabili con l'obiettivo di realizzare
gradualmente e progressivamente la riduzione del peso della forza
militare. L'interrogativo che si pone non riguarda tanto la plausibilità
di una politica estera idealmente e fattualmente diversa da quella
praticata dagli USA. Riguarda prima di tutto l'esistenza di prerequisiti
per una politica estera europea. Questo aspetto non solo
dalla Haller - è troppo frequentemente eluso attraverso
formule edulcorate. In realtà, se si vuole una politica
estera europea bisogna coerentemente spingersi olre, fino porre
il problema della socializzazione politica degli Europei. Una
politica estera su scala mondiale, comunque condotta, sia pure
la più pacificamente orientata nelle intenzioni, ha un'incidenza
troppo forte sulle risorse, sulla coscienze, sulle prospettive
di vita per poter essere affidata a processi decisionali che
non passano attraverso un processo di identificazione tra governanti
e governati in quanto europei. Non è possibile
pensare ad un soggetto politico che ambisca ad una politica estera
efficace senza sviluppare alla sua radice una forma di coesione
e di collaborazione sociale almeno pari per intensità
a quella che è stata propria degli stati nazionali. Queste
considerazioni non implicano che venga fatta propria la prospettiva
degli euroscettici. Mi auguro anzi che essi abbiano torto. Tante
volte nella storia i tentativi di trasformare una forma storica
sono falliti. Però altre volte le vecchie forme politiche
sono state superate o si sono evolute: un'Europa davvero realizzata
sarebbe qualcosa di straordinario e assolutamente nuovo perchè
sarebbe plurietnica e multilingue, sarebbe la forma estrema dell'inclusività.
Il percorso verso un demos europeo è in effetti
irto di ostacoli e non conosce precedenti. Però, rispetto
al passato, sono diverse anche le tecnologie, gli scambi, le
possibilità di comunicazione, l'orizzonte stesso della
vita. Dobbiamo fare diversamente dallo stato nazionale (unica
lingua, unica scuola,ecc.), ma non possiamo fare nulla senza
far tesoro dell'esperienza dello stato nazionale: una grande
politica estera senza una socializzazione politica che le sia
correlativa è pura illusione. Anche per l'Europa l'identità
non è data, come per tutti gli stati che vivono nella
modernità, va costruita. E naturalmente vale per L'Europa,
anche sul piano dei rischi, quel che vale per tutti i soggetti
politici. Un soggetto politico storicamente attivo non è
un'essenza angelica. La socializzazione politica che suppone,
per quanto costruita su valori nobili, fondati su modelli universalistici,
non è mai innocua e si genera attraverso processi che
non sono facilmente controllabili
|
|